di Marco Maria Freddi
Leggo che negli Stati Uniti, mentre si discute già della corsa alla Casa Bianca del 2028, la politica attraversa una frattura profonda. Non è più soltanto uno scontro tra destra e sinistra, ma tra due concezioni opposte di democrazia e di ordine internazionale. Da un lato c’è chi, come Donald Trump e una larga parte del Partito Repubblicano, promuove una visione nazionalista, identitaria e fortemente polarizzante; dall’altro emergono correnti progressiste e socialiste che cercano di ridefinire non solo l’agenda interna, ma anche il ruolo globale degli Stati Uniti.
In questo quadro si inserisce l’intervento di Alexandria Ocasio-Cortez alla Munich Security Conference dello scorso 13 febbraio 2026, uno dei principali forum internazionali su sicurezza e relazioni geopolitiche. La sua presenza non è stata simbolica né di contorno, ma ha rappresentato una presa di parola politica netta, che ha messo in discussione la direzione imboccata dagli Stati Uniti negli ultimi anni e ha proposto una visione alternativa, fondata su democrazia sostanziale, giustizia sociale e multilateralismo.
Ocasio-Cortez ha denunciato apertamente come l’azione dell’amministrazione Trump abbia indebolito l’alleanza transatlantica e messo in crisi l’ordine internazionale basato sulle regole. Il punto centrale del suo intervento è stato che la democrazia non si difende solo dai nemici esterni, ma anche dalle politiche interne che producono disuguaglianze strutturali, esclusione sociale e sfiducia nelle istituzioni. Quando la politica alimenta precarietà e ingiustizia, apre la strada a nuove forme di populismo autoritario.
Ha inoltre sottolineato l’ipocrisia di una leadership che predica la difesa della democrazia mentre flirta con derive imperiali, minacce di annessione territoriale e rapporti ambigui con regimi illiberali. Anche senza annunciare alcuna candidatura, la sua presenza a Monaco ha reso evidente che la questione della futura leadership statunitense è ormai inseparabile dalla capacità di affrontare insieme crisi sociali, economiche e geopolitiche, senza rifugiarsi nella retorica. Questa frattura si riflette in modo diretto e strategico anche sul terreno elettorale. Negli ultimi anni, le accuse infondate di frodi elettorali da parte del mondo MAGA si sono trasformate in iniziative legislative concrete, come il Safeguard American Voter Eligibility Act (è una proposta di legge che mira a richiedere una prova documentale di cittadinanza (come passaporto o certificato di nascita) per la registrazione al voto nelle elezioni federali con l’intento, questo dicono, di prevenire il voto dei non cittadini e rafforzare la sicurezza elettorale, ndr). Una strategia politicamente esplosiva, in cui il SAVE Act viene promosso proprio nel momento in cui i dati elettorali e i sondaggi indicano da tempo una difficoltà crescente di Donald Trump e dell’area trumpiana a ottenere una maggioranza reale nel paese.
Di fronte a un consenso che si assottiglia, la risposta non è un cambio di politiche o un confronto democratico sulle disuguaglianze prodotte, ma un’operazione molto più brutale: intervenire sulle regole per decidere chi potrà votare. Quando non si riesce più a vincere convincendo, si prova a vincere escludendo.
Il SAVE Act va letto esattamente in questa chiave. Non è una misura difensiva, non è una riforma tecnica, non è una risposta a un’emergenza inesistente. È un atto politico deliberato che mira a restringere l’elettorato in modo selettivo, colpendo proprio quei segmenti sociali che storicamente votano contro il Partito Repubblicano, i poveri, minoranze, anziani, donne, cittadini con percorsi amministrativi fragili. È una forma di manipolazione elettorale preventiva, che non altera le schede ma il perimetro stesso della democrazia.
Qui non siamo davanti a un rischio astratto, ma a un metodo. Si costruisce una narrazione tossica sulle frodi e poi la si traduce in legge per giustificare l’esclusione di milioni di cittadini dal voto. È un trucco istituzionale e il risultato elettorale viene condizionato prima che inizi la campagna, prima che si apra un seggio, prima ancora che i cittadini possano scegliere.
Se le prossime elezioni presidenziali dovessero svolgersi sotto questo quadro normativo, la questione non sarà soltanto chi vincerà, ma se il risultato potrà ancora essere definito democratico.
Una democrazia che cambia le regole perché teme il giudizio degli elettori non si sta difendendo, si sta blindando. E questa non è tutela dell’ordine costituzionale, è la sua erosione consapevole.
Il mio appello è ancora agli elettori delle destre e a chi ha deciso di non recarsi più alle urne: non voltatevi dall’altra parte. Riflettete bene prima di votare o di non andare a votare. L’internazionale oligarchico-fascista cui il nostro governo si è votato ha come obiettivo eliminare qualsiasi dissenso per imporre una visione totalizzante e totalitaria della vita e della libertà.
(19 febbraio 2026)
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