Venti poliziotti feriti, 103 in totale le persone contuse, un agente 29enne preso a botte, calci e martellate in ospedale, in quello che è certamente un attacco premeditato con ore e ore di scontri tra molotov, estintori e lancio di pietre. Difficile pensare che la guerriglia non fosse prevedibile e largamente attesa e ci si fanno domande, qui nel mondo civile, sul perché la manifestazione sia stata autorizzata. difficile credere che l’autorizzazione sia stata concessa solo in ossequio alla Costituzione che contempla il diritto di manifestare. Ore e ore di scontri, scrivevamo: cassonetti e blindati dati alle fiamme, pali divelti, cassiere e clienti barricati dentro i negozi aperti. Un clima da terrore urbano alimentato dagli antagonisti. Un clima largamente prevedibile anche da coloro che della sicurezza dovrebbero occuparsi e non speculare su eventi pericolosi per poi accusare ad uso politico. Ma questo paese è fatto così.
E poi la solita storia. La presidente del Consiglio contro i tafferugli. Le opposizioni che condannano, finalmente con toni adatti alla circostanza, i soliti Tajani che parlano di stretta sulla sicurezza, c’è da chiedersi quanti ministri dell’Interno abbia questo paese, con un’unica certezza che i cervelloni al governo dovrebbero mutuare: irrigidire le norme senza la capacità di prevenire i disordini non serve a niente (poi ci sarebbe da leggersi bene persino la Legge Cartabia, ma è un dettaglio).
Scrive Repubblica che “la battaglia di Torino dura due ore e la si aspettava, la si temeva da un mese. Eppure nessuno è stato in grado di sgomberare il corso Regina Margherita, quello dove c’era Askatasuna a due passi dai Giardini Reali, in questa città piena di nomi di re, eppure a volte sembra non la governi nessuno”. E in questo paese dai nervi scoperti, dove si lanciano bombe molotov come si tirano bestemmie al posto delle virgole, qualche agitatore si diverte ad invitare Casapound alla Camera, e poi le robe saltano per ovvi motivi e la colpa è delle solite sinistre intolleranti. Difficile poi contrastare l’idea che l’Italia sia da rifondare (ad usum Melonis) o rispondere alla presidente del Consiglio che dà buoni consigli [sic] alla Magistratura invitandola a fare il suo dovere (ad uso referendum, ché crescono i No e non si sa mai) come se la Magistratura non lo facesse già egregiamente, quel suo lavoro, scontrandosi con tutti i lacci e legacci (si torni alla lettura della Legge Cartabia) che danno la colpa alla non separazione delle carriere.
La solita Torino, dirà qualcuno. I soliti agitatori, diranno altri. Ma la storia è sempre la stessa: è la solita Italia cialtronesca, violenta, e trasversalmente fascista che reagisce col solito cambiare tutto perché non cambi niente. E non c’è nemmeno da scomodare Il Gattopardo per darsi un tono culturale. Ciò che si vede (e si ascolta) è ormai da anni inascoltabile e inguardabile. Una vergogna, oseremmo dire.
(1 febbraio 2026)
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