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Uno stato che riapre le chiese e tiene chiusi i teatri e i cinema somiglia pericolosamente ad una teocrazia

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di Daniele Santi #Lopinione twitter@torinonewsgaia #Torino

 

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Dunque queste riaperture a singhiozzo ci regalano una sola certezza: la straordinaria capacità della CEI di far valere le sue ragioni, mentre è calato il silenzio su tutte le violazioni dei decreti governativi commesse da religiosi, da qualche leghista in compagnia di religiosi, almeno fino all’intervento di Bergoglio che ricordò ai fulminati sulla via dell’eternità che le leggi dello Stato si rispettano.

Vengono così riaperte le chiese, luoghi pubblici quasi sempre vuoti; avremo distanziamenti, mascherine, poca frequentazione persin nei dì di festa e molta propaganda uso delle sempre più becere destre di questo pollaio che ci ostiniamo a chiamare stato. A proposito del ne usciremo migliori e dell’andrà tutto bene che l’italianume ha lanciato per ogni dove e in ogni modo cercando di sopravvivere alla paura nell’unico modo possibile, sentendosi mandria, assistiamo ad uno stillicidio di informazioni, norme, normine, normette, leggine, legiferazioncine, misurine e misurini che ciò che aprono da un lato riescono a chiudere da un altro.

A parte gli interventi deliranti che è il ministro della Cultura di stato, quella che va bene allo Stato e alla quale tanti, troppi, si accodano come se i mestieri del teatro e della creatività fossero come il mestiere di ragioniere che timbra il cartellino, entra in scena, canta il verso quando non lo raglia, e poi timbra il cartellino ed esce, aspettando il bonifico il 10 del mese, o il 27; a parte quegli interventi che non hanno detto nulla, e nulla stanno dicendo se non tante parole, quelle troppe parole che il PD di Franceschini dice a mo’ di nuvola di fumo su qualsiasi argomento, per la cultura, per il teatro, per l’editoria, per il cinema, per la musica, non si sta facendo nulla. Ma nemmeno prima del Covid19 si faceva nulla, con la differenza che si poteva lavorare e ci si arrangiava – troppo spesso con mezzucci, e troppo spesso rubandosi a vicenda i pochi spazi disponibili – riuscendo a sopravvivere con fatica e scannandosi per due spettatori in più essendo praticamente impossibile una programmazione che facesse crescere le nuove realtà essendo tutte le risorse disponibile preventivamente assegnate coerentemente con le misure decise dal ministro Franceschini e dalle leggi del “o si rispettano questi parametri o si è fuori”

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Questa del Covid19 sarebbe un’occasione perfetta per rivedere da cima a fondo il sistema culturale e in particolare quello del teatro e degli eventi culturali dal vivo, prendendo per una volta – non chiediamo la sincerità, ma almeno la soddisfazione del desiderio di ogni politico di passare alla Storia, per una volta inchallah grazie a decisioni sensate – decisioni coraggiose che oltre a mantenere l’orribile esistente del quale sembra non si possa fare o non si voglia fare a meno stimolino la nascita di realtà nuove meno legate alla politica e più alle necessità culturali del territorio, permettendo una visione più ampia e di più largo respiro che vada oltre il doversi scannare con la compagnia rivale per mille euro in più di finanziamento pubblico.

Se non si provvederà presto i teatri chiuderanno, i cinema pure, le produzioni moriranno e toccherà pensare a uno stato che riapre i luoghi di culto e non i luoghi deputati alla cultura come a uno stato teocratico,e sarebbe un peccato. Perché l’Italia, fino a prova contraria che speriamo di non avere, non è ancora un teocrazia illiberale, nonostante certi sguardi di eccessiva simpatia che dal governo volgono verso l’Iran o le antidemocrazia alla Orbán e alla Putin.

 

(14 maggio 2020)

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