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La fine del sogno sovranista e l’urgenza di una svolta socialista

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

Le parole di Giancarlo Giorgetti non lasciano spazio a interpretazioni di comodo quando paragona il governo a un gruppo di medici in un ospedale da campo costretti a gestire feriti che arrivano da ogni direzione senza poter contare nemmeno sull’aspirina.
Questa non è una semplice ammissione di difficoltà ma una sentenza definitiva che sancisce il fallimento della retorica sovranista di fronte alla realtà materiale del Paese. Il governo guidato da Giorgia Meloni non sta guidando alcuna rinascita nazionale ma si ritrova a gestire un triage disperato in un’Italia segnata da un deficit che per il 2025 si attesta al 3,1% del PIL e da un debito pubblico che i dati Eurostat confermano al 137,1% per l’anno precedente con proiezioni di risalita verso il 138,6% nel 2026.

Questi numeri non sono astrazioni statistiche ma il peso reale di una gestione che ha visto affondare i propri pilastri identitari a partire dal decreto sicurezza messo sotto scacco dalla Corte Costituzionale. Sull’immigrazione il fallimento è strutturale e i costi sono politici quanto economici. L’operazione dei centri in Albania rappresenta un monumento allo spreco di risorse pubbliche dove a fronte di un investimento di circa 800 milioni di euro in cinque anni si sono registrati numeri irrisori di trasferimenti e rimpatri. E’ inaccettabile che mentre si alimentava la polemica sui costi dell’accoglienza interna si sia costruito un sistema capace di costare oltre 150mila euro per ogni singolo posto letto internazionale quando le strutture nazionali richiederebbero una frazione di quella spesa.

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Il Patto di Stabilità europeo che per anni è stato dipinto come il cappio di Bruxelles viene oggi accettato passivamente da un governo che subisce una crescita del PIL asfittica ferma sotto lo 0,6% applicando un’austerità che supera persino i dogmi dei passati governi tecnici. Anche il quadro delle alleanze internazionali si sta sgretolando poiché il riferimento a Donald Trump si è rivelato una variabile di rischio geopolitico priva di vantaggi economici mentre il modello di Viktor Orbán entra in crisi sotto il peso dei conti in rosso. Questo è il fallimento sistemico di una destra che ha costruito il potere su narrazioni identitarie ed emotive senza possedere la competenza per reggere la responsabilità di governo.

Ma sarebbe un errore ridurre tutto all’attuale esecutivo senza riconoscere le radici profonde di questa crisi che risiedono in decenni di egemonia neoliberista. Il liberismo è crollato perché la sua promessa di prosperità diffusa era una menzogna teorica che ha generato povertà anche tra chi possiede un regolare contratto di lavoro.
In questo scenario si fa strada un pericolo ulteriore rappresentato dalla riorganizzazione di un polo centrista che sotto l’impulso di Marina e Pier Silvio Berlusconi tenta di saldare le forze di Renzi e Calenda in un progetto moderato solo di facciata. Si tratta di un’operazione di puro restyling del vecchio liberismo che punta a intercettare i delusi della destra e i settori moderati e cattolici del centrosinistra per riproporre le medesime ricette di privatizzazione e precarizzazione che hanno già fallito.
È un tentativo di occupare il vuoto lasciato dal sovranismo con una maschera più presentabile ma con gli stessi identici obiettivi di conservazione del privilegio.

Per questo motivo la costruzione di una sinistra di governo socialista e progressista guidata da Elly Schlein non è solo una scelta elettorale ma una rottura storica senza precedenti per l’Italia. Sarebbe la prima volta che il Paese viene guidato da una leadership chiaramente alternativa ai dogmi del passato capace di rimettere al centro la giustizia sociale e la dignità del lavoro. Le priorità devono essere nette come la riduzione delle disuguaglianze attraverso un salario minimo legale e una contrattazione collettiva che fermi il dumping salariale insieme all’abolizione del precariato, a una transizione ecologica che non gravi sulle classi popolari e al riconoscimento di tutti i diritti e le libertà di scelta individuali. La sfida si gioca anche in Europa lottando per un’armonizzazione fiscale che elimini i paradisi interni e per una difesa comune che ci renda indipendenti dalle derive autoritarie internazionali.

Il momento della chiarezza è arrivato e solo una proposta socialista coerente può impedire che il fallimento della destra si trasformi nell’ennesimo inganno centrista.

 

 

(28 aprile 2026)

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