di Marco Maria Freddi

Matteo Renzi la ripete come un mantra, e l’ha rilanciata accogliendo Marianna Madia dopo l’uscita dal PD. È la tesi di sempre, e va confutata alla radice, perché è esattamente il contrario: per vincere, la sinistra deve fare a meno della casa riformista. L’addio di Madia, ministra con Renzi e con Paolo Gentiloni, non è un incidente. È l’esito coerente di un’area liberaldemocratica che ha convissuto per anni dentro il PD tenendo insieme visioni incompatibili. Anche il passaggio di Elisabetta Gualmini verso Azione conferma la stessa dinamica. Non è una perdita, è il chiarimento che chiamo tentativo di Ellyminazione. Finalmente si rompe l’ambiguità.
Perché quella casa riformista ha già governato, e sappiamo come. Governi di centrosinistra e di centrodestra hanno condiviso la stessa bussola: mercato senza regole, flessibilità spacciata per modernità, moderazione redistributiva. Il risultato non è opinione, è nei dati ISTAT e OCSE dove l’Italia è l’unico grande Paese avanzato con salari reali fermi da decenni, precarietà strutturale, giovani in fuga. Non è mancato il centro, è mancata la sinistra.
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La controprova esiste e si chiama Spagna. Con Pedro Sánchez il salario minimo è stato alzato, è stato introdotto un reddito minimo, la riforma del lavoro ha fatto esplodere i contratti a tempo indeterminato. Il debito pubblico, dopo il picco pandemico, è tornato a scendere grazie alla crescita, come certificano Commissione Europea e OCSE. Politiche di lavoro e redistribuzione non hanno fatto saltare i conti, hanno fatto ripartire il Paese. È la dimostrazione che un’altra strada è possibile, se è una strada di sinistra, non di centro.
E non è solo economia. Proprio nell’area riformista si sono trovati i veti più duri sui diritti civili e individuali. Una sinistra credibile non può separare giustizia sociale e diritti. Deve tenerli insieme, senza ambiguità, perché sono la stessa battaglia per la dignità.
Allora la frase di Renzi va rovesciata: per vincere, la sinistra deve smettere di inseguire il centro (e la destra). Deve costruire, per la prima volta dalla fine della guerra, un governo di sinistra senza il centro. Non un altro esecutivo di equilibrio, non un’altra grande coalizione mascherata. Un governo che nasce per fare cose diverse da quelle fatte fin qui da tutti i governi di centrodestra e di centrosinistra.
Questo governo ha un elettorato già pronto, ed è quello che oggi non vota. Quel 50% di aventi diritto che resta a casa non è apatia, è sfiducia verso offerte indistinguibili. Non lo recuperi con operazioni di centro, lo recuperi con un programma netto:
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- lavoro stabile come norma, non come eccezione, con salario minimo legale e contrattazione forte;
- diritto alla casa in un Paese strangolato da affitti insostenibili;
- welfare universale che riduca davvero le disuguaglianze, dalla sanità pubblica alla scuola;
- diritti civili pieni, senza mediazioni al ribasso;
- una politica estera europea con condivisione reale di sovranità, inclusa la difesa, per contare nel mondo senza subalternità.
In questo quadro, che Renzi scommetta pure sulla sua casa riformista. Che la costruisca fuori dal PD, insieme a Carlo Calenda e, se vuole, a una Forza Italia che sotto l’influenza di Marina Berlusconi prova (disperatamente) a smarcarsi da Lega e Fratelli d’Italia. Sarebbe un servizio alla chiarezza. Un polo di centro autonomo renderebbe finalmente trasparenti le differenze, invece di confonderle dentro alleanze incoerenti. A chi crede nei valori della sinistra il compito è un altro. Non trattenere chi se ne va, ma accelerare il chiarimento. Ogni uscita dall’area riformista non indebolisce, libera energie. Porta con sé il suo spazio elettorale di centro, e lascia il campo a una proposta riconoscibile. La vera partita non è tenere insieme tutto. È parlare a chi oggi non vota più e può tornare a votare solo se vede una differenza vera. È costruire quel primo governo di sinistra, senza stampelle centriste, capace di cambiare la traiettoria italiana su lavoro, salari, casa, diritti ed Europa. Renzi dice: per vincere la sinistra non basta. Io credo che per vincere, basta la sinistra.
(8 maggio 2026)
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