L’Ungheria è un esempio di democrazia apparente

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di Vanni Sgaravatti

Il caso ungherese è molto importante, perché illustra come non sia necessaria una formale e apparente destrutturazione degli organi democratici per portare un paese fino all’autarchia e dittatura.

È un esempio pericoloso per un paese come l’Italia, in cui il farraginoso sistema legislativo, la pigrizia dilagante di cittadini italiani che particolarmente preferiscono gli slogan e le bandiere alla voglia di studiare e di utilizzare il pensiero critico (su quello che pensano), la tendenza a vedere l’ignoranza come una forma di uguaglianza (al ribasso) possono favorirne l’imitazione. Inoltre, se, da una parte, il complicato rapporto dei centri di potere in Italia può costituire una maggiore resistenza ad un dilagare della illiberalità, dall’altra può favorirne il rafforzamento, attraverso trame oscure e non trasparenti per arrivarci.

Tutto questo all’alba delle elezioni in cui alcuni annunciano la vittoria di una destra inneggiante a Orbán, che, ricordo, ha bloccato la decisione sul tetto al prezzo del gas, ha criticato le sanzioni alla Russia e ha congelato 3 mila euro di beni russi contro i quasi 12 miliardi dell’Europa. E per forza: l’Ungheria e la destra italiana, al di là delle opportunità politiche di rimanere filoatlantiche, a quale sistema assomigliano, a quale sistema fanno l’occhietto?

Non ci sono compromessi, le democrazie liberali sono fatte di organismi di controllo indipendenti, che non riescono ad impedire ingiustizie e corruzioni, ma permettono di protestare e qualche volta, nei tempi giusti, pure a cambiare. E questi organismi di controllo o sono indipendenti dall’esecutivo, o non lo sono: non vedo si sono vie di mezzo. Orbán dichiarò che il suo obiettivo principale e fondamentale alla sua prima vittoria elettorale, quando ottenne il 52% dei voti che, in base alla legge elettorale, permise di avere al suo partito e a quello democristiano i due terzi dei seggi: “trasformerò la democrazia da liberale a illiberale”. Per Orbán la democrazia liberale è basata sull’individuo, mentre quella illiberale sul popolo, tant’è vero che quando perse le elezioni nel 2010, disse che non poteva stare all’opposizione, perché il popolo non sta all’opposizione. C’era qualcun altro che disse qualcosa di simile: “La Germania senza di me non esiste, perché io sono la Germania”. Dunque perché si chiama ancora democrazia, anche se illiberale? Perché formalmente molte istituzioni democratiche esistono ancora.

Vediamo alcuni punti sui vari passaggi di smantellamento, riportati nel rapporto e che rappresentano quei requisiti la cui non ottemperanza ha fatto sì che il parlamento europeo votasse a favore della dichiarazione dell’Ungheria come stato autarchia democratica. Con i voti contrari della Lega e di Fratelli d’Italia.

Le leggi cardine ungheresi hanno confermato e rafforzato la Costituzione che prevede modifiche solo sui due terzi dei votanti senza alcun sistema di controllo e verifica da parte di altri enti (Corte costituzionale), mentre la stessa Corte Costituzionale ungherese non può esprimersi sull’interpretazione proprio delle leggi cardine dello Stato. Da allora non delibera in alcun modo sulle tali leggi (e sono tantissime quelle emanate).

È stata abbassata l’età pensionabile dei giudici, permettendo così il ricambio. È stato istituito l’ufficio nazionale della magistratura che ha il compito di nominare, trasferire, promuovere, licenziare, avviare procedimenti disciplinari incentivare i giudici. Il presidente dell’organo è nominato dal parlamento (cioè dai due terzi controllati dal partito di Orbán).

La commissione elettorale che certifica la validità di un referendum verifica i requisiti dei candidati e ammette i partiti alle elezioni, verifica le contestazioni dei voti ed era composta da membri di tutte le forze del parlamento. Orbán, tramite una delle tante leggi cardine, ha fatto sì che i due terzi del parlamento potessero eleggere i membri della Commissione, ha modificato la legge elettorale aumentando la distanza tra voti ottenuti e seggi in parlamento, ha allargato i votanti anche ai residenti ungheresi all’estero. I membri in carica in precedenza sono stati fatti dimettere perché non nominati dai due terzi e quelli attuali non perdono la carica al momento del voto, ma solo all’insediamento del nuovo parlamento.

Sono state ridotte le 4 commissioni di garanzia dei diritti ad una sola, con la nomina del super commissario da parte del governo. Mantenimento della commissione per la trasparenza delle informazioni e della privacy, ma destituzione del precedente commissario, in conflitto con il primo ministro ungherese, con altra persona di sua fiducia, prima della fine del suo mandato (fatto che ha provocato la procedura di infrazione da parte della Commissione europea).

All’Autorità per il controllo dei media è stato dato il potere di autorizzare qualsiasi emittente; di emettere sanzioni elevate per deviazioni dalle regole vaghe stabilite dalla Commissione. Sia l’autorità che la Commissione è controllata dal Parlamento che ne nomina i membri in proporzione alla maggioranza, ma il Presidente rimane in carica per due mandati elettorali. Va detto che finora il governo ungherese, non ha indotto ad utilizzare pesantemente la censura (come succede in Russia) permettendo contestazioni, ma ha fatto, comunque, in modo che tutto il sistema dei media e dei giornalisti interessati ad essere accreditati e promossi dipendessero dal consenso dato al Governo.

Democrazia significa dover argomentare e condividere le decisioni prima che queste siano assunte con tutti quelli che ne fanno parte.

Se sono molto pochi diventa un’oligarchia fino ad uno solo: la dittatura. Rimane il dubbio se una democrazia può chiamarsi tale se limita l’argomentazione e la condivisione a quelli appartenenti ad una cosiddetta razza? Ma per il momento mi fermo qui.

Ci sono molti modi per regolare argomentazione e condivisione; ci sono modi per controllare il rispetto di questi modi, ma c’è un principio base perché funzionino quei controlli: si deve dimostrare oggettivamente che il controllore è separato dal controllato.

Se manca una di queste condizioni non c’è democrazia. Quindi, il principio di separazione è importante tanto quanto il meccanismo del voto che, tra l’altro, per essere legittimo si è stabilito debba rispettare regole stabilite, e appunto, controllate, da controllori separati, o per dirla in un altro modo, da arbitri non nominati da una delle squadre in campo.

Sembra banale e ovvio, ma mentre molti di noi riconoscono prontamente le malefatte a posteriori, pochi fanno caso al principio di separazione delle funzioni (se non quelli di noi che hanno lavorato per enti pubblici e sanno bene di cosa si tratta).

E non è cosa da poco, visto che non sono solo le incitazioni morali a garantire quell’attenzione alla non collusione tra controllore e controllato, ma complicati e noiosi meccanismi di sistema che ne assicurino la “separazione”.

 

 

(19 settembre 2022)

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